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I GIOVANI SOCI DELLE BCC A LEZIONE DI VITA, CON ANTONIO ORGANTINI

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Quasi duecento ragazzi in silenzio, gli occhi oscurati dalle mascherine.

Il colpo d’occhio per chi è entrato nell’auditorium della Banca di Credito Cooperativo di Carugate domenica mattina è stato questo.

Sul podio, Antonio Organtini – direttore dell’IPAB Sant’Alessio di Roma – parlava ai giovani soci delle Banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali (appartenenti a 50 associazioni e aggregazioni territoriali in tutta Italia), che si sono ritrovati dal 18 al 20 settembre per il “Quinto Forum nazionale dei Giovani soci” del Credito Cooperativo.

Quella dei Giovani Soci BCC è una realtà in costante crescita, che vede numerosissimi under 35 soci delle BCC (riuniti in quasi 80 Gruppi, presenti in tutta Italia) portare avanti riflessioni e ragionamenti per un coinvolgimento sempre più attivo nelle compagini sociali e nello sviluppo dei rispettivi territori (www.giovanisocibcc.it). Si tratta di giovani impegnati, al fianco delle proprie banche di cui sono parte attiva nel mondo dell’impresa e del lavoro, in attività di rappresentanza di interessi generazionali e di contributo alla socialità dei territori.

Una realtà importante e diffusa: sono difatti oggi 144 mila i giovani soci in Italia (di cui il 32% costituito da donne); di questi, quasi un centinaio quelli entrati a far parte dei Consigli di amministrazione di Banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali.

“Qualità” il tema cui è stata dedicata la mattinata di domenica.

E proprio di “qualità della vita” è stato invitato a parlare Organtini. “La qualità della vita: cosa ne può sapere uno che la vita gli ha riservato una sorpresa, svegliandosi un mattino senza più vedere alcunché e non rendendosi nemmeno conto? Allora alla vita senza vista, manca solo una ‘s’ o c’è qualcos’altro?! Aveva ragione il Piccolo Principe, secondo cui l’essenziale è invisibile agli occhi o ce la stiamo raccontando? Per anni ho pensato di aver perso la vista, da tempo, invece, ritengo di aver acquistato la cecità!”

Ha iniziato con queste provocazioni Antonio, catturando subito l’attenzione dei ragazzi. Che poi ha invitato ad indossare una mascherina scura e a condividere con lui una metaforica cecità che aiuta a non distrarsi, ad essere concentrati, alla ricerca di quel centro in cui tutto è chiaro, sereno e luminoso, quel punto fermo in cui una immobile vitalità ci consente di assaporare la qualità della vita.

Così al buio, senza punti di riferimento spaziali e temporali, la platea si è come immobilizzata, ascoltando il proprio respiro, i movimenti involontari del corpo, forse anche qualche tremore e per i più sensibili quel flusso vitale che fa scorrere il liquor attraverso la ‘Dura madre’ lungo la spina dorsale.

“Prima di parlare della qualità della vita, occorrerebbe metterci d’accordo su cosa è la vita, quando inizia, quando finisce, se finisce e se questa è vita, come ho tante volte sentito imprecare da giovani coppie, apparentemente abili che venivano presso il mio studio legale in cerca di una separazione vitale, avendo pochi mesi prima creduto nella unione eterna!” ha proseguito Organtini invitando i ragazzi a cercarla questa qualità, ognuno nella sua propria dimensione, senza dogmi e precetti, avendo la capacità di guardarsi dentro, partendo dal proprio essenziale respiro.

Organtini ha poi parlato della relazione uomo-ambiente e di quanto questa influenzi, bene o male, il vivere quotidiano, della Convenzione ONU del 2008, delle sue esperienze per il mondo come capoprogetto della Cooperazione Internazionale del MAE.

E ha sottolineato il valore della cecità, vissuta come chance di conoscenza, come necessità di chiedere aiuto e scoperta di essere capaci di poterlo dare l’aiuto. Un’opportunità di bilateralità degli esseri donanti e riceventi, parlanti ed ascoltanti in un rapporto dialogico che alimenta e rafforza gli individui. “La mano tesa di Antonio mi ha insegnato – talvolta a forza – che conosceva perché toccava e incontrava altre mani, in una bilateralità che solo il tatto ha: quando si tocca si è toccati, a differenza della vista che talvolta sbircia o dell’udito che occasionalmente origlia.”

L’attenzione durante e l’applauso al termine del suo intervento hanno confermato quello che si leggeva negli occhi dei giovani finalmente liberi dalle mascherine: emozione, sorpresa, ammirazione. Ammirazione profonda per un “insegnante paradossale”, come ha chiosato, ringraziando sentitamente per l’intervento, Sergio Gatti, il direttore di Federcasse.

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