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LA STORIA – FILIPPO, NON VEDENTE E MEDICO “ALLA PARI”

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Del Destino Hermann Hesse scrisse che: «ogni uomo ha un suo compito nella vita e non è mai quello che egli avrebbe voluto scegliersi». Ed è il Destino – o il Caso, se preferite – che ci porta, attraverso questa storia, in una stanza al terzo piano del Sant’Alessio, dove alloggia Filippo De Santis.

Filippo è un pediatra, ha esercitato per tanti anni a Nettuno, sua città natale, e ancora oggi che è cieco per colpa del glaucoma, resta un punto di riferimento per le mamme della cittadina laziale. «Era Destino» dice «che arrivassi al Sant’Alessio. Me ne parlò un utente anziano del Centro che conobbi presso la sede dell’Uici di Anzio. M’incuriosii e quando la cecità arrivò definitivamente, parlai a mia moglie e mi decisi a chiamare». Era il 2018 ma Filippo entra più avanti al Sant’Alessio. Ed è ancora una volta il Destino a lavorare per lui. «La Asl autorizzò subito l’ingresso in regime residenziale – dice -, dopo i problemi che c’erano stati per l’intervento in ambulatoriale».

Così, complice il favore dei familiari, Filippo arriva a Roma e prende posto nella stanza al terzo piano.

Una stanza che è come un ambulatorio parallelo, un gabinetto per le confidenze, per la somministrazione di speciali balsami dell’animo. La stanza al terzo piano o, ancora meglio, il tavolino verde sul Sagrato. Sono questi i luoghi dove il dottor Filippo, utente del Sant’Alessio, incontra gli altri utenti, cui non fa mancare una parola di conforto, un sorriso ricco di positività, un incoraggiamento a proseguire. «Quando capii che il glaucoma sarebbe stato il mio Destino, decisi di studiare – continua Filippo -, di adattare la mia formazione medica alla psicologia».

Pediatra o psicologo, il dottor De Santis sente che la sua missione è aiutare gli altri. Così, qui al Sant’Alessio, diventa “medico alla pari”.

Prima si dedica alle terapie abilitative: imparare a usare bene le tecnologie per rimanere in contatto col mondo, l’orientamento e mobilità, i laboratori. Negli spazi di tempo fra le terapie ci sono gli altri, soprattutto i più giovani. Come O., 17enne marocchino, da più tempo al Sant’Alessio, e S., 17enne eritreo, appena arrivato al Centro Regionale.

Filippo li accoglie, li ascolta, con dolcezza li invita all’incontro, a stabilire un contatto che non è facile tra adolescenti di culture così diverse, con forti esperienze e il trauma della disabilità che ancora lavora forte per rompere gli equilibri già così precari nella vita dei due diciassettenni.

«L’altra sera li ho lasciati in camera e sono andato a dormire. Sono stati insieme fino a tarda notte a raccontarsi, a sentire musica, a conoscersi» dice Filippo, contento di aver promosso la sintonia tra i due ragazzi.

E quando Filippo terminerà la sua esperienza di utente al Sant’Alessio? Se c’è un Destino in questa storia, Filippo proseguirà con due “gruppi” che ha proposto al Centro. Uno dedicato alle famiglie, alle mamme di bimbi disabili visivi, anche con minorazioni aggiuntive. L’altro dedicato ai disabili visivi, per aiutarli “alla pari” a trovare le motivazioni per superare la disabilità e trovare la propria dimensione.

Sì. Filippo, qui, ce l’ha portato il Destino.

 

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